I giovani non sono persi. Forse non li stiamo ascoltando…

L’altra sera eravamo seduti a tavola, tra amici, una di quelle serate tranquille, senza un tema preciso. A un certo punto, quasi per gioco, ho fatto una domanda: “Voi cosa votereste al referendum sulla separazione delle carriere della magistratura?”.
Non era una domanda semplice, né una domanda “da ragazzi”. E invece è successo qualcosa di interessante. Al tavolo con noi c’erano due giovani, uno di 20 anni e uno di 17. Mi aspettavo una risposta vaga, magari distratta, oppure un “non so”. E invece no. Hanno risposto, e lo hanno fatto con chiarezza. Non con slogan, non per imitazione, ma con un pensiero loro, costruito. Non era importante se avessero ragione o torto. Non era quello il punto. Quello che colpiva era altro: avevano letto, si erano informati, avevano fatto un passaggio interno. Non stavano ripetendo qualcosa. Stavano pensando. E questo, oggi, non è scontato.
Sono gli stessi ragazzi di cui spesso diciamo che sono sempre al telefono, che non leggono più, che non hanno interesse per niente. E sicuramente, in parte, è vero. Vivono immersi in un mondo veloce, frammentato, spesso superficiale. Ma fermarsi lì è troppo facile. Forse stiamo guardando solo una parte della realtà. Perché accanto a quella dimensione, rumorosa e visibile, ce n’è un’altra, più silenziosa. Una parte di giovani che si fanno domande, cercano informazioni, costruiscono un pensiero proprio. Non sempre in modo ordinato, non sempre completo, ma reale.
Il punto non è che i giovani siano “persi”. Il punto è che li interroghiamo poco. Oppure facciamo domande senza aspettarci risposte. E quando arrivano, a volte non siamo pronti a prenderle sul serio. Quello che ho visto quella sera non era competenza tecnica. Era qualcosa di più interessante: un pensiero in formazione. Un pensiero non ancora definito, ma autonomo. Ed è questo il passaggio fondamentale. Perché non è necessario che un ragazzo abbia idee perfette. È necessario che abbia idee sue.
C’è una narrazione molto diffusa: i giovani sono distratti, fragili, disinteressati. In parte è vero, ma non è tutta la verità. E quando raccontiamo solo quella, rischiamo di non vedere il resto. Il compito degli adulti non è giudicare, ma creare spazi. Spazi in cui si può parlare senza essere subito corretti, si può sbagliare senza essere ridicolizzati, si può pensare ad alta voce. Perché il pensiero nasce così, non nasce già finito.
Uscendo da quella serata mi è rimasta una sensazione semplice: i ragazzi non sono vuoti, sono pieni, ma spesso non trovano spazio. E allora la domanda giusta è un’altra: non “che cosa non va nei giovani?”, ma “quanto siamo disposti ad ascoltarli davvero?”. In fondo, quello che è emerso quella sera è qualcosa di semplice. I ragazzi hanno cose da dire. Non sempre le dicono nel modo che ci aspettiamo, non sempre nei tempi che vorremmo. Ma quando trovano uno spazio vero, parlano. E pensano.
È anche questo il senso di un lavoro come il counseling: non dare risposte, ma creare le condizioni perché le persone possano trovarle. Soprattutto quando sono giovani. Perché è lì, in quello spazio, che un pensiero ancora fragile può prendere forma e diventare, lentamente, qualcosa di proprio.
Il giorno dopo quella serata non ci ho più pensato. Poi, a distanza di una settimana, mio figlio – il ragazzo di vent’anni seduto a quel tavolo – mi ha detto una cosa che mi ha colpito. Mi ha detto che aveva apprezzato il fatto che lo avessi ascoltato davvero, che non avevo provato a convincerlo, che, pur sapendo che la pensavo diversamente, avevo rispettato il suo punto di vista. E ha aggiunto una cosa ancora più significativa: che non è così scontato. Che molti genitori dei suoi amici, in situazioni simili, cercano subito di correggere, indirizzare, influenzare.
È qui che si gioca qualcosa di importante. Non nel trasmettere idee giuste, ma nel permettere che un’idea, anche imperfetta o non condivisa, possa esistere. Perché un pensiero, per crescere, ha bisogno prima di tutto di uno spazio, non di essere subito valutato. In fondo, quello che ho fatto quella sera non è stato niente di speciale. Ho semplicemente fatto spazio. Eppure, a quanto pare, oggi questo gesto è diventato raro.
Se devo pensare a cosa sia davvero il counseling, non mi viene in mente una tecnica. Mi viene in mente questo: uno spazio in cui una persona può dire quello che pensa senza sentirsi subito corretta, uno spazio in cui può ascoltarsi mentre parla, uno spazio in cui un pensiero ancora incerto può prendere forma. Senza fretta, senza pressione, senza qualcuno che lo sostituisca con il proprio. I ragazzi non hanno bisogno di essere guidati continuamente. Più semplicemente, hanno bisogno di adulti che sappiano stare lì: abbastanza vicini da esserci, abbastanza lontani da non occupare tutto lo spazio.