Passa al contenuto principale

Impotenza appresa: perché a volte smettiamo di reagire alle difficoltà?

Ci sono momenti nella vita in cui smettiamo di provarci. Non perché non vogliamo cambiare, ma perché, a un certo punto, ci convinciamo che non serva. È qui che entra in gioco un fenomeno psicologico molto studiato: l’impotenza appresa.

Quando impariamo a sentirci impotenti

Secondo la psicologia, l’impotenza appresa si sviluppa quando una persona affronta ripetutamente situazioni difficili, stressanti e soprattutto fuori dal proprio controllo. All’inizio si prova a reagire, poi si insiste e si fallisce ancora. E, lentamente, succede qualcosa di più profondo del semplice scoraggiamento: si impara che non ha senso agire.

Anche quando, in seguito, le condizioni cambiano e una soluzione esiste, la persona non riesce più a coglierla. Non è mancanza di volontà. È una perdita di fiducia nell’efficacia dell’azione.

Da dove nasce questo meccanismo

Il concetto di impotenza appresa nasce negli anni ’60 grazie agli studi degli psicologi Martin Seligman e Steven Maier. In una serie di esperimenti, alcuni animali venivano esposti a situazioni spiacevoli dalle quali non potevano sottrarsi. Dopo un po’, smettevano di reagire. La cosa sorprendente è che continuavano a non reagire anche quando sarebbe stato possibile farlo. Quel comportamento non era più legato alla situazione presente, ma a ciò che avevano imparato prima.

Come si manifesta nella vita quotidiana

L’impotenza appresa si insinua in molte situazioni comuni. Un esempio classico è quello di chi prova più volte a smettere di fumare senza riuscirci. Dopo diversi tentativi falliti, può nascere l’idea: “Non fa per me, tanto non ci riesco”. Lo stesso accade con diete, attività fisica e cambiamenti di stile di vita. Con il passare del tempo, questo meccanismo può allargarsi e diventare una lente attraverso cui si guarda la realtà.

Uno sguardo dal counseling

Nel lavoro con le persone, queste dinamiche emergono spesso. Frasi come “ci ho già provato troppe volte”, oppure “tanto finisce sempre allo stesso modo”, non indicano debolezza, ma esperienze ripetute di fallimento.

Nel counseling si lavora per ricostruire il senso di possibilità, partendo da piccoli passi concreti. Non si tratta di motivare, ma di restituire alla persona la percezione di poter agire.

Segnali da cogliere:

  • rinuncia anticipata
  • pensiero “tanto è inutile”
  • perdita di iniziativa
  • identificazione con il fallimento.

Il punto è recuperare la sensazione di poter fare la differenza, anche in piccolo. Tornare a sentirsi agenti della propria vita. Fare quel passaggio mentale dal pensiero “non serve provarci” alla convinzione “posso provare in modo diverso”.

Contenuto ispirato da un articolo di Linda Confalonieri pubblicato su State of Mind del 27 marzo 2026.